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ISTITUTO ITALIANO DI NAVIGAZIONE

CONOSCIAMO MEGLIO LE SUPERFICI LUNARI E MARZIANE DELLE DORSALI OCEANICHE

Ing. Mario Caporale   Vice Presidente Spazio

Un interessante articolo della FONDAZIONE LEONARDO affronta il tema della conoscenza degli abissi marini sulla Terra.  L’affermazione nell’articolo:  “ Conosciamo le superfici di Luna e Marte molto meglio dei nostri stessi oceani (di cui abbiamo mappato solo il 28,7%). “  sembra un paradosso.

Ma in effetti,  c’è una grossa differenza nella possibilità di comunicazione tra lo spazio e i fondali marini: nello spazio vuoto i segnali viaggiano senza grandi ostacoli. Nei fondali, l’acqua fa da “muro” alla luce e alle onde elettromagnetiche, e costringe a un’esplorazione lenta e complessa, resa ancora più difficile dalle enormi pressioni degli abissi.

L’umanità possiede mappe più dettagliate della Luna e di Marte rispetto ai propri fondali oceanici. Nonostante le difficoltà fisiche imposte dall’acqua, mappare gli abissi è fondamentale per comprendere i cambiamenti climatici e scoprire nuove risorse biotecnologiche.

L’articolo sottolinea l’eccellenza tecnologica italiana nell’esplorazione dei fondali marini, citando imprese storiche come quella del batiscafo Trieste e le attuali missioni polari della Marina Militare.

Queste ricerche nei ghiacci terrestri, come nel caso del Lago Vostok, fungono da simulazione per la futura ricerca di vita sugli oceani ghiacciati di lune aliene. In definitiva, lo studio delle profondità marine non è solo una sfida ingegneristica, ma una necessità vitale per la salvaguardia e il futuro del nostro pianeta.

Esplorare l’oscurità oceanica non è un vezzo accademico, ma una necessità vitale, poiché gli oceani sono il “polmone blu” che assorbe un quarto della CO2 globale, mitigando la crisi climatica.

Inoltre, i fondali custodiscono una biodiversità sconosciuta fondamentale per le biotecnologie e la medicina del futuro. La sfida ingegneristica è enorme: se nello spazio la differenza di pressione è di una sola atmosfera, negli abissi essa aumenta di un’unità ogni dieci metri, richiedendo moduli capaci di resistere a pressioni schiaccianti.

L’Italia è protagonista storica in questo settore, dai cantieri che costruirono il leggendario Batiscafo Trieste — che nel 1960 toccò il fondo della Fossa delle Marianne — alle odierne eccellenze della Marina Militare con le missioni polari HIGH NORTH.

Le regioni polari rappresentano oggi il ponte tecnologico verso il cosmo. Gli astrobiologi utilizzano laghi subglaciali come il Vostok in Antartide, isolato da 15 milioni di anni, come “palestra” per le future missioni sulle lune ghiacciate di Giove e Saturno, come Europa ed Encelado. Le analisi al Vostok hanno rivelato una biodiversità sorprendente, dimostrando che la vita può prosperare in condizioni estreme grazie a probabili sorgenti idrotermali. In questi ambienti si utilizzano droni subacquei, veri “rover marini”, per raccogliere dati dove la presenza umana sarebbe impossibile.

Contrariamente al Capitano Nemo di Jules Verne, che usava il mare come rifugio, l’esploratore moderno vi si immerge per salvare il pianeta e prepararci a navigare, un giorno, negli oceani delle stelle.

Rif: https://www.fondazioneleonardo.com/stories/spazio-abissi-paradosso-esplorazione-frontiera-polare-vostok

 

Credit: https://edunews24.it/   per l’immagine in evidenza

Mario Caporale
Author: Mario Caporale

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